Visualizzazione post con etichetta maltese. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta maltese. Mostra tutti i post

lunedì 2 gennaio 2012

PERCHE' I RICCHI E SCEMI NON FANNO PIU' RIDERE

Che sia di buon auspicio. Per un 2012 diverso.


PERCHE' I RICCHI E SCEMI NON FANNO PIU' RIDERE
Curzio Maltese - Repubblica

Il crollo di incassi del cinepattone di Natale, un genere che per quasi trent'anni aveva collezionato record su record al botteghino, è forse il primo e più clamoroso segno della fine dell' epoca berlusconiana. Di colpo lo specchio di una certa Italia maggioritaria, felicemente anomala e volgare, è andato in frantumi. Quello dei film sulle vacanze di Natale con De Sica e/o Boldi.

Il loro non è stato soltanto un fatto commerciale, ma un fenomeno unico nella storia del cinema e quindi del costume mondiale. Non c'era mai stato in nessun paese un genere capace di infilare tanti incassi consecutivi, a scadenza fissa. Non gli 007 e neppure le commedie di Alberto Sordi, le epopee di maghetti o i film di Totò, le saghe di vampiri o gli horror di serie. Per questa ragione un paio d'anni fa le più prestigiose università californiane invitarono il produttore Aurelio De Laurentiis a illustrare in una serie di conferenze i segreti del mestiere. Senza grande esito, peraltro, perché un'altra caratteristica dei cinepattoni è l'assoluta, autarchica intraducibilità. I film per i quali gli italiani hanno fatto la fila per 28 anni erano invedibili oltre le fatidiche soglie di Chiasso o Mentone. I timidi tentativi d' imitazione americana, compreso l' ultimo sugli schermi adesso, si sono rivelati fallimentari.

Il primo film della serie è del 1983, Vacanze di Natale, girato a Cortina, con Massimo Boldi e Christian De Sica, la regia dei fratelli Vanzina. Ma è con Vacanze di Natale 90 del 1990 che comincia la sequenza vera e propria, durata fino a oggi, anzi a ieri. È il trionfo di un'Italietta riccastra e volgarissima, in perenne vacanza da qualsiasi responsabilità, cinica e scorreggiona, molto familista ed enormemente amorale, fiera della propria ignoranza e superficialità, confortata dal ritrovarsi ogni anno, alla vigilia di un anno nuovo, sempre uguale a se stessa, in giro per il mondo che invece cambiava tanto, troppo.

Curzio-maltesePresi tutti insieme i cinepattoni, sostenuti dal lavoro di ottimi mestieranti comei fratelli Vanzina, gli stessi Boldi e De Sica, disegnavano qualcosa di più vasto di un evento commerciale. Dipingevano un'autobiografia grottesca della nazione, offrendo lo specchio fedele della neo borghesia cialtrona. Il cinepattone è stato al ventennio berlusconiano così come i "telefoni bianchi" stavano al ventennio fascista, con la differenza che i secondi erano molto più comprensibili agli altri. All'estero i film di Natale all'italiana sono sempre sembrati più storie di mostri che commedie. Gli stranieri, che trovavano esilarante il personaggio reale di Berlusconi, non riuscivano a divertirsi con i berluschini delle trame vanziniane. Al contrario gli italiani che per vent'anni non hanno riso del Cavaliere, si sbellicavano per le triviali imprese di Boldi e De Sica, probabilmente per gli stessi meccanismi psicologici.

Le anomalie, politica e cinematografica, hanno viaggiato in parallelo dall' inizio degli anni ' 90 fino a ieri, per crollare di schianto insieme. I pessimisti ragionevoli diranno chei cinepanettoni sono morti, come capita, anche per eccesso di fortuna. La fragorosa trivialità che ne costituiva l'essenza di finta trasgressione è ormai diventata la cifra comune della vita pubblica, della giornata televisiva e di tutto il cinema comico italiano. Il rispecchiamento delle classi dirigenti risulta attenuato dal confronto con l'attualità. I verbali delle "cene eleganti" di Arcore, per dire, fanno impallidire le peggiori sceneggiature. I volenterosi ottimisti possono credere al riemergere di un gusto popolare sepolto da decenni di pessima offerta.

Non sarà un caso se la frana del cinepanettone arriva subito dopo lo straordinario successo ai botteghini italiani di una delle più colte e intelligenti commedie di Woody Allen, Midnight in Paris. Sarebbero insomma i primi segnali della ricomparsa dell' elemento maggiormente assente nella storia recente d' Italia, l' ironia. Comunque la si veda, una stagione è finita anche al cinema. Ed è finita soprattutto per i più giovani, che hanno disertato in massa l' appello di Natale di De Sica e compagni. Forse sono meno bamboccioni dei genitori. -

(di Curzio Maltese - Repubblica)

sabato 24 settembre 2011

IL SALVAGENTE PADANO

Curzio Maltese - LA REPUBBLICA


“Il comunismo non passerà!”. L´aria giuliva di Fabrizio Cicchitto, in mezzo a un gruppo di parlamentari della maggioranza in festa per il salvataggio di Milanese dall´arresto, del governo e della poltrona, magari non in quest´ordine, è il ritratto di una classe dirigente fuori dal mondo. Brindano alla buvette, s´abbracciano come a una vittoria del mundial.

Berlusconi accarezza Bossi e poi Maroni, manco fossero le sue bambine. Lo spread volato a 400 punti? La Borsa che ha bruciato 100 miliardi in tre mesi? Il debito pubblico fuori controllo? Il rischio di un´asta dei Bot deserta? E chi se ne frega. Il declassamento da parte delle agenzie di rating? Domenico Scilipoti, che è il simbolo di questa maggioranza di governo a tempo perso, nemmeno lo sa che cos´è Standard & Poor´s e lo confessa ai microfoni Rai. “Mai sentiti. Me lo spieghi lei” dice al giornalista basito. Forse è un telefilm, come Starsky & Hutch.

Massì, chi se ne frega della crisi. Che non c´era, anche quando c´era, ma qui in ogni caso non è mai arrivata. Vivono tutti felici e contenti, blindati nel privilegio, nella speranza di durare più a lungo possibile, almeno fino al 2013. “Tanto i numeri ci sono”. Trecentoquattordici voti, fatta la tara di qualche collega tradito da un sussulto di dignità, risultano comunque sette più degli altri e tre più del necessario. Sono questi i numeri. Gli altri, i disoccupati in aumento, i risparmi dileguati, le stime di (non) crescita, qui non contano. Non da ieri, certo. Il debito pubblico italiano nel 2001 era 1300 miliardi, oggi ha superato i 1900. Con la parentesi dei venti mesi di Prodi, che aveva posto qualche timido freno, il debito sotto Berlusconi è cresciuto di un terzo, quasi 600 miliardi. Un record da far impallidire il mentore Craxi. E meno male che c´era quasi sempre Tremonti a “tenere in ordine i conti”, come si è detto perfino dall´opposizione. A dar retta ai magistrati, pare invece che non tenesse in ordine nemmeno quelli con il braccio destro Milanese.

Il Quintino Sella de´ noantri, che pensa o s´illude di avere un futuro oltre il berlusconismo, non si è presentato al voto, per salvare la faccia. Ma gli altri, consapevoli di doversi trovare un lavoro vero quando il festino sarà finito, c´erano tutti. A cominciare da Bossi, il più patetico. C´è chi servo nasce e per tutta la vita cerca un padrone. Ma l´Umberto ridotto a giustificare davanti alla base il suo esser diventato il maggiordomo di Arcore, evocando il sol dell´avvenire della Padania libera e della secessione, tutto per assicurare un avvenire al Trota, sinceramente stringe il cuore. Berlusconi lo tratta come se fosse l´altro il vecchio e lui si vanta d´essergli fedele. “Se mancano voti, non sono della Lega” si precipita a commentare Bossi, di fronte alla lieve delusione del Cavaliere. Ed è una delle poche volte in cui dice il vero. I leghisti ci sono tutti, compresi quelli di Maroni, che avevano mandato in galera Papa soltanto per poi sedersi al tavolo delle trattative. Indifferenti all´indignazione che monta fra gli stessi loro elettori.

Ma che importa? Lo show deve andare avanti. Il governo più sputtanato dall´opinione pubblica mondiale tira a campare ancora qualche mese, forse un anno intero. Nel frattempo matura la pensione delle onorevoli anime morte, marciscono i processi nella prescrizione, il Paese perde anche l´ultimo treno, ma senza accorgersene, soprattutto se s´informa dai telegiornali. C´era chi voleva trasformare il Parlamento in un´aula sorda e grigia col manganello e chi l´ha fatto col libretto degli assegni in mano. Speriamo soltanto che anche Standard & Poor´s non sappia chi è Scilipoti.