Visualizzazione post con etichetta travaglio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta travaglio. Mostra tutti i post

mercoledì 18 aprile 2012

FORMI E RENATO

Di Marco Travaglio - IL FATTO QUOTIDIANO

I fan di Cochi e Renato non possono che apprendere con un velo di mestizia i particolari delle vacanze di Renato Pozzetto. Che non fa più coppia fissa con Cochi Ponzoni, ma con Roberto Formigoni. Poi però, ascoltate le spiegazioni della nuova spalla di Renato, a tempo perso governatore della Lombardia, devono riconoscere che, per tempi comici, battute folgoranti e costumi di scena, non ha nulla da invidiare al vecchio Cochi. La questione è nota: secondo le cartedella Procura di Milano, a Capodanno 2010 il Celeste andava in ferie tra Parigi e St Martin (Caraibi) non solo col fratello, la cognata, il segretario Perego (condannato per falsa testimonianza sul caso Oil For Food) e Pozzetto, ma anche col faccendiere Pierangelo Daccò e con l’ex assessore Antonio Simone, arrestati l’altro giorno per i fondi neri della Fondazione Maugeri. Entrambi ciellini e habituè delle patrie galere (il primo era appena uscito dal carcere per il crac da 1 miliardo del San Raffaele, il secondo era finito dentro già nel ’92 per Mani Pulite), fanno i facilitatori nella jungla dei fondi pubblici alle cliniche private anche grazie al poter spendere il nome del confratello Roberto. Risultato: 56 milioni portati in Svizzera a botte di fatture per consulenze mirabolanti, tipo quella volta ad accertare “le possibilità di vita su Marte”. Il minimo che Daccò potesse fare era pagare il conto dei voli e delle ville caraibiche. E la multiforme biografia di Formigoni si arricchisce ogni giorno di un nuovo mestiere: campione di scherma, membro (con rispetto parlando) dei Memores Domini ciellini con voto di castità incorporato e poi forse scorporato, vicepresidente (uno dei 14) del Parlamento europeo Dc ai tempi di Andreotti, dirigente del Ppi, sgovernatore di Lombardia da 18 anni e ora comico di sicuro avvenire. Ieri s’è detto “limpido come acqua di fonte” e ha ricordato che “anche Gesù sbagliò a scegliere qualche collaboratore” (sì, ma Giuda non era mai stato arrestato né condannato, quindi era più facile sbagliarsi). L’altroieri aveva dato degli “sfigati” ai giornalisti del Corriere che avevano rivelato le sue ferie a sbafo. Sfigati perchè “io, come tutti gli italiani, faccio vacanze di gruppo” e loro no. Le vacanze di gruppo, per chi non fosse italiano, funzionano così: “Uno si fa carico dei biglietti perchè conosce l’agenzia, l’altro paga l’hotel, il terzo le escursioni, il quarto i ristoranti, poi a fine vacanza ci si trova insieme ed eventualmente si conguaglia”. E’ tutto spiegato nel Manuale delle Vecchie Marmotte: lui, mentre gli altri pagavano voli, alberghi, escursioni e ristoranti, portava le camicie a fiori e le cravatte a righe fucsia e marron per tutti, così gli altri si ammazzavano dalle risate e non gli chiedevano il conguaglio. In ogni caso, ha aggiunto il fine umorista, “verificherò se quel viaggio l’ho veramente svolto”. Chiederà un po’ in giro: sapete mica se ho veramente svolto quel viaggio a Parigi e poi a Saint Martin? Perchè lui non lo sa. Ieri La Stampa titolava: “Viaggi pagati, l’ira di Formigoni”. Ecco: appena ha appreso di aver viaggiato, per giunta a spese altrui, s’è incazzato come una biscia. Se scopre chi gli ha pagato le ferie, gli fa un mazzo così. In attesa di sapere chi gli scrive i testi (Pozzetto?), gli specialisti studiano questa nuova forma della sindrome ”a mia insaputa”, ancor più preoccupante di quella che ha colpito Scajola, Malinconico, Rutelli, Fede e Bossi. Due alternative.


1) Alla parola “ferie”, Formigoni cade subito in trance (ma c’è chi giura che sia proprio letargo).


2) Avendo paura dei voli, non solo non li paga, ma si fa ipnotizzare o anestetizzare all’imbarco. Lo risvegliano poi con comodo,al rientro,con una secchiata d’acqua purissima di fonte. Ma prima che riprenda conoscenza occorrono tempi lunghi. Il che spiegherebbe perchè al Pirellone si aggirano decine di soggetti con passamontagna, mascherina, calzamaglia, grimaldello, piede di porco e sacco in spalla, ma lui non nota mai nulla. Il giorno che scopre come lo vestono, fa una strage.


lunedì 9 aprile 2012

NASI COMUNICANTI

Di Marco Travaglio - IL FATTO QUOTIDIANO

Nella classifica delle peggiori pagliacciate leghiste a carico nostro, vince ai punti larinoplastica finanziata coi rimborsi elettorali per Eridanio Sirio Bossi: cioè abbiamo pagato pure il naso nuovo all’ultimogenito del Senatur, che ora va in giro con un naso non più suo,ma parastatale. Medaglia d’oro. L’argento spetta di diritto al diploma e alla laurea comprati dall’ex tesoriere Belsito (cioè dagli ignari contribuenti) per tale Pier Moscagiuro in arte Pier Mosca, 36 anni,poliziotto in aspettativa, distaccato alla vicepresidenza del Senato con regolare contratto come segretario molto particolare della sua attempata fiamma, Rosi Mauro detta “la Nera”, 49anni, segretaria del presunto sindacato padano Sinpa, numero due di Palazzo Madama, ma soprattutto badante tuttofare del vecchio leader.
Il Moscagiuro (che Nadia Dagrada chiama nei verbali “Giuramosca”, forse influenzata dalle avventure di Ettore Fieramosca), è anche un eccellente cantante,molto apprezzato nella “batelada”, la tradizionale gita in barca sul lago di Como che il Sinpa organizza a ogni Primo Maggio (quest’anno si spera non più),dove il Pier ela Rosierano soliti esibirsi in memorabili duetti tipo “La coppia più bella del mondo” degli incolpevoli Adriano Celentano e Claudia Mori.
Ma il brano più celebre dell’usignolo padano, versione celtica di Apicella, rimane quello inciso per beneficenza con Enzo Iacchetti: “Kooly noody ”, allitterazione di culi nudi, autentico reperto di un’epoca. La medaglia di bronzo, in tutti i sensi, va invece ai papaveri verdi che sfilano a ogni ora del giorno e della notte avanti e indietro da Via Bellerio, tutti intenti a giurare che “ha fatto tutto Belsito”, “Bossi non c’etra ”, “ora facciamo pulizia”e “voltiamo pagina”. È una parola. Il più pensoso è Roberto Castelli del comitato amministrativo,quello che aveva avviato addirittura un’indagine privata, tipo Sherlock Holmes, perché “Belsito non mi faceva vedere i conti”. Chissà che avrebbe fatto se glieli avesse mostrati: Castelli è lo stesso che nel2001, divenuto ministro della Giustizia, affidò l’edilizia carceraria a un consulente molto esperto:Giuseppe Magni, sindaco leghista di Calco, in quel di Lecco, dove Castelli è nato e vive, ma soprattutto ex artigiano metalmeccanico (ramo fili da saldatura)ed ex grossista di pesce alla Seamar (“commercio di prodotti ittici vivi, freschi, congelati e surgelati”),nonché – si leggeva nel curriculum– “socio militante della Lega Nord dal 1995 e parlamentare eletto al Parlamento di Chignolo Po” dove i lumbard giocavano alla secessione. Magni scorrazzò per quattro anni su e giù per l’Italia, con auto blu blindata e scorta armata, per il modico stipendio di100 milioni di lire, raddoppiato a 100 mila euro quando cambiò la moneta. Risultato, secondo il pm della Corte dei Conti: “Attività dall’indefinito contenuto” senza “raggiungere alcuno degli obiettivi menzionati nel decreto di incarico”,presentando “relazioni quasi in codice, con riferimenti per così dire criptici” e allusioni ad“alcuni progetti (quali?)”. Un pataccaro. Per un’altra consulenza inutile,la Cortedei Conti condannò Castelli a risarcire 100 mila euro allo Stato in solido col suo vice capo gabinetto, quell’altro galantuomo di Alfonso Papa. Ora indaga sui soldi della Lega,finiti peraltro in buone mani: il “nuovo ” tesoriere è Stefano Stefani, noto per la sua oculatezza, avendo messo mano a geniali operazioni finanziarie come il villaggio padano in Croazia (bancarotta), la banca padana Credieuronord (fallimento), il Bingo padano (dissesto), il giornale fantasma Quotidiano d’Italia (14milioni pubblici). Insomma, una garanzia. Su tutti vigilerà il triumviro Calderoli, che di soldi se ne intende: l’ottimo Fiorani ha raccontato di aver girato 200 mila euro a lui e a Brancher. Ma è tutto calcolato: basterà lasciar fare i “nuovi leader” per un paio di mesi, poi tutti chiederanno il ritorno di quei galantuomini di Bossi e Belsito, a furor di popolo.



mercoledì 30 novembre 2011

CHE BRUTTI AMICI, CARO CASINI

Di Marco Travaglio - L'ESPRESSO

Cuffaro, Romano, Cesa, adesso Naro... il leader Udc ha intorno a sé una formidabile concentrazione di malandrini. È sfortunato nelle amicizie, è attratto dai borderline, oppure c'è qualcos'altro che dobbiamo sapere?


Tutti lo cercano, tutti lo vogliono. Pier ferdinando Casini E' il politico del momento, il più abile e convinto regista dell'operazione Monti in tandem con Napolitano. Pier di qua, Pier di là. Bossi, quando si alleò con lui nel 1994, lo ribattezzò "el carugnìn de l'uratòri", e mai definizione fu più azzeccata.

Non perché sia stato coinvolto in scandali, anzi: Casini è una rara avis democrista mai sfiorata da guai giudiziari. Ma perché di inquisiti e condannati è un collezionista da Guinness. E proprio sulla questione morale, anzi penale, sarebbe interessante avere da lui qualche risposta, posto che: ha avuto un ruolo decisivo nella caduta del governo Berlusconi; detiene la golden share del governo Monti; ha imposto ministri-chiave come il Guardasigilli Paola Severino (avvocato di suo suocero Francesco Gaetano Caltagirone e di sua moglie Azzurra); i vertici del Pd sono disposti a sacrificare l'alleanza con Di Pietro e Vendola pur di averlo con sé alle prossime elezioni.

Ricapitolando. Nel 2001 Casini candida Totò Cuffaro a governatore della Sicilia con tutto il centrodestra; nel 2005 lo sistema al Parlamento europeo quand'è già imputato per favoreggiamento mafioso; nel 2006 lo fa eleggere senatore, mettendo sulla sua innocenza "non una ma due mani sul fuoco"; nel 2008 Cuffaro è condannato in primo grado, ma Casini lo rinomina senatore. Sappiamo com'è finita: Totò condannato definitivamente a 7 anni e recluso a Rebibbia. Ma non risulta che Casini si sia scusato per il plateale abbaglio, anche perché dovrebbe vagare coi moncherini come Muzio Scevola.

Nel 2006, in un'intervista a "l'Espresso", aveva giurato sulle "liste pulite" Udc: "Nelle candidature non faremo sconti: a parte Cuffaro, in Sicilia non ricandideremo nessun inquisito". Infatti dal 2001 porta tre volte in Parlamento pure Saverio Romano, allora indagato e ora imputato per concorso esterno in mafia. Il fatto che l'anno scorso Cuffaro e Romano siano passati al Pdl non è un'attenuante, ma un'aggravante di cui dovrebbero ricordarsi quanti rimproverano giustamente a Di Pietro i De Gregorio, Razzi e Scilipoti, scordandosi i voltagabbana casiniani.

  E non basta: dal 2001 siede nei banchi dell'Udc alla Camera anche Pino Naro, ora indagato per finanziamento illecito con l'accusa di aver ricevuto una tangente di 200 mila euro in contanti, nella sede romana dell'Udc, dall'impresario Tommaso Di Lernia e dal presidente dell'Enav Guido Pugliesi (pure lui inquisito e immancabilmente vicino all'Udc). Un insospettabile? Non proprio, essendo un habitué di galere e tribunali: poco prima di entrare a Montecitorio per non uscirne più, era stato condannato definitivamente a 6 mesi per abuso d'ufficio a proposito dell'acquisto con denaro pubblico di 462 ingradimenti fotografici, alla modica cifra di 800 milioni di lire; e si era salvato due volte per prescrizione nella Tangentopoli messinese (condanna in primo grado a 1 anno e mezzo) e in quella per le spese folli di Taormina Arte (peculato). Infatti era stato subito promosso tesoriere del partito, l'uomo giusto al posto giusto.

Ma come li sceglie, Casini, i dirigenti del suo partito: dai mattinali di questura? Il dubbio cresce se si guarda al pedigree del segretario Udc Lorenzo Cesa: arrestato a Roma nel 1993, condannato in primo grado a 3 anni e 3 mesi per corruzione aggravata nello scandalo Anas (intascò mazzette per 30 miliardi di lire per conto del ministro Prandini), Cesa si salva per un cavillo procedurale dopo aver confessato in un verbale che si apre così: "Intendo svuotare il sacco". Linguaggio degno di Gambadilegno più che di un leader "moderato".

Ora pare che lo sherpa usato dall'Udc per accalappiare la pattuglia di deputati Pdl che han costretto il Cavaliere alla resa fosse Paolo Cirino Pomicino, che vanta una condanna per finanziamento illecito e un patteggiamento per corruzione.

Forse, prima di allearsi con Casini, gli andrebbe chiesto come spiega questa formidabile concentrazione di malandrini tutt'intorno a sé: è solo sfortunato nelle amicizie, è attratto dai borderline, o c'è qualcos'altro che dobbiamo sapere? 

lunedì 28 novembre 2011

CONDANNATO, CIOE' INNOCENTE

Marco Travaglio - IL FATTO QUOTIDIANO

Confidando nella scarsa memoria storica degl’italiani, che evapora dopo due giorni come quella dei pesci rossi, si tenta di far   dimenticare mostri come la P4 proprio mentre il patteggiamento del protagonista Luigi Bisignani conferma platealmente la fondatezza delle accuse dei pm di Napoli e la vergogna di politici, manager e giornalisti che pendevano dalle sue labbra. Se un personaggio di quel calibro, iscritto alla P2, condannato per Enimont, uomo di Andreotti, poi di Letta e sempre del Vaticano, confessa e accetta una condanna a 1 anno e 7 mesi di carcere per 10 imputazioni di associazione per delinquere, concussione, corruzione, ricettazione, favoreggiamento e rivelazione di segreti, è chiaro che ne ha fatte di cotte e di crude.      La relativa esiguità della pena deriva dagli sconti per la collaborazione con la giustizia e per il patteggiamento, senza i quali avrebbe sfiorato i 4 anni. E poi i 19 mesi si sommano ai 2 anni e 6 mesi già totalizzati per Enimont, che impediscono a Bisi di usufruire della sospensione condizionale e dunque, una volta definitivi, li sconterà in carcere o in affidamento ai servizi sociali. E, quando sarà sentito nel processo agli altri associati a delinquere, tipo Papa, sarà testimone e dovrà dire la verità, senza potersi avvalere della facoltà di tacere. Bene, una notizia di questa portata è confinata dal Corriere in un   trafiletto a pag. 29, mentre sul Giornale il povero Sallusti la ribalta addirittura: “È l’ennesimo flop della Procura di Napoli che si era inventata un complotto ai danni dello Stato che non è mai esistito… Fiumi di fango su politici, ministri, giornalisti. Un clima fetido che ha minato la maggioranza e non certo agevolato la lotta alla crisi economica. Ecco, non era vero nulla. La società segreta non è mai esistita. E adesso chi paga per questa ennesima patacca mediatico-giudiziaria? Più che di un governo tecnico, il Paese   avrebbe bisogno di una magistratura tecnica che commissari quella togata”. Un tempo era innocente chi veniva assolto. Poi si raccontò che era innocente anche chi veniva prescritto (soprattutto uno). Ora, nell’ultima frontiera della logica sallustiana, è innocente pure chi viene condannato, anzi concorda addirittura la condanna. E proprio il fatto che uno si accolli 1 anno e 7 mesi di carcere dimostra che non c’entrava nulla, non era vero niente, le accuse erano infondate e non dev’essere lui a pagare, bensì la Procura. Ma quando arriva l’ambulanza?

Luigi Bisignani

sabato 19 novembre 2011

MELINDA E MELINDA

Sempre più spesso, ultimamente, mi capita di anticipare i concetti espressi da Marco Travaglio nei suoi editoriali......


MELINDA E MELINDA - Marco Travaglio - IL FATTO QUOTIDIANO

Nel film “Melinda e Melinda” di Woody Allen, due autori teatrali discutono del senso della vita. Uno sostiene che è comica, l’altro che è tragica. E, per dimostrare ciascuno la propria tesi, s’inventano due storie parallele con la stessa protagonista: Melinda. Nella versione tragica, Melinda scopre che l’uomo che ama la tradisce con la sua migliore amica, e tenta il suicidio. In quella comica, Melinda s’innamora e si fidanza con un pianista. Ecco, anche il governo Monti può avere un pessimo finale o un lieto fine. Dipenderà da quello che riuscirà a fare, da quello che gli lasceranno fare, ma soprattutto da quello che sembrerà aver fatto. Checchè se ne dica, in questo Parlamento Monti ha più nemici che amici. Anche nei partiti che ora gli sorridono e lo incensano.  Perchè il Parlamento è lo stesso che fino a due settimane fa votava la fiducia al governo B. E addirittura approvava a gran maggioranza (614 deputati e 151 senatori) il via libera al conflitto di attribuzioni contro il Tribunale di Milano che pretende di processare B. per il caso Ruby, con la credibilissima  motivazione che B. telefonò in questura perché credeva Ruby la nipote di Mubarak. È a questa maggioranza che Monti e i suoi ministri dovranno chiedere il voto per le loro misure “lacrime e sangue”. E, a ogni giorno che passa di qui alle elezioni, siano esse anticipate nel 2012 o regolari nel 2013, quel voto si farà più difficile e improbabile. Del resto non si vede perchè B. (senza il quale il governo Monti non sarebbe mai nato) dovrebbe mettere la faccia e il voto su riforme che, giuste o sbagliate che siano, non ha mai varato in 17 anni di carriera politica, per giunta in piena campagna elettorale. Basta leggere i suoi house organ e le sue tv, che non vanno neppure a far pipì senza il suo avallo, per capire che lui finge di sostenere il governo Monti (per salvare le sue aziende precipitate in Borsa e per non apparire lo sfasciacarrozze che è sempre stato), ma in realtà è già stabilmente e ferocemente all’opposizione. Attende solo l’occasione del primo provvedimento impopolare per scatenare la piazza, anche per non regalare milioni di scontenti alla Lega. Dall’altra c’è un Pd sempre più diviso, che oggi magnifica il governo di larga Intesa, ma domani dovrà fare i conti con la Cgil, la Fiom e i milioni di lavoratori da esse rappresentati, davvero poco inclini a pagare il conto di una crisi che non hanno provocato, ma solo subìto. Di Pietro, con la sua fiducia condizionata, e Vendola, che ha la fortuna di star fuori dal Parlamento, sono pronti ad approfittarne. E poi c’è l’aspetto mediatico, fondamentale in un Paese in cui i media sono quelli che sono. Se la grande stampa, per ora, scioglie inni e ditirambi al governissimo che fa benissimo, le tv sono sotto il controllo pieno e incondizionato di B. Che, grazie alle sue tv, ai suoi Vespa, Minzolingua e Ferrara, farà di tutto per ascriversi gli eventuali meriti del governo tecnico e per scaricare le misure impopolari sulle solite sinistre affamatrici e vampiresche. Per questo B. è maestro nel fare lo gnorri, nell’atteggiarsi a vittima e nel rigirare frittate: riesce a fingersi all’opposizione anche quando governa (la guerra in Libia l’ha approvata la sua maggioranza, ma agli occhi della gente è parsa una robaccia della sinistra cattiva e dell’Europa cattivissima). Almeno in questo, Monti e i suoi grigi ministri dovranno imparare da B.: tagliare subito, drasticamente, i costi, i privilegi e le illegalità delle caste e delle cricche, mettendo all’ordine del giorno subito una draconiana legge sul conflitto d’interessi (Passera permettendo); e solo dopo imporre sacrifici ai cittadini comuni e spiegarli col disastro ereditato dal governo B. (altro che non andare in tv, come qualche sciocchino ha auspicato). In caso contrario, nel giro di pochi mesi, il governo tecnico ci restituirà B. e Bossi come nuovi. Un finale che non sappiamo dire se sia più tragico o più comico.

mercoledì 16 novembre 2011

NIENTE FESTA SIAM CAZZULLI

Ho esposto la bandiera italiana sul balcone. E lo avevo scritto prima di Travaglio. (QUI)

Cribbio.....

da Il Fatto Quotidiano del 14 novembre - Marco Travaglio

Confessate, perdio, dite la verità: sabato sera avete goduto come ricci? Avete stappato uno spumantino? Siete scesi in strada a fischiare, esultare, cantare l ’Alleluja di Händel? Avete suonato il clacson in segno di giubilo? Avete postato sui social network qualche battutaccia liberatoria, tipo “il nano è tratto”, “sic escort gloria bunga”, “Che fai, Ruby o party?”? Avete, Dio non voglia, gridato “ladro in galera” o, peggio ancora, lanciato una monetina verso la Berlusmobile funebre che trasportava la nota salma al Quirinale? Vergognatevi e arrossite. Dovevate chiedere l’autorizzazione preventiva a Ferruccio de Bortoli, che ve l’avrebbe senz’altro rifiutata visto che, in un videoeditoriale sul pompiere.it, avverte: “Non c’è nulla da festeggiare nella caduta di Berlusconi. Si chiude un periodo, fine”.
Invece mi sa che non vi è venuto in mente, e ora peggio per voi. Beccatevi le rampogne del vicepompiere Aldo Cazzullo contro la vostra “gazzarra senza coraggio”, il vostro “spettacolo preoccupante”. Cazzullo vi voleva composti, disciplinati, pettinati. British. Perché “nell’ora delicatissima in cui potrebbe nascere un governo di solidarietà nazionale, in un momento in cui il Paese è chiamato al massimo sforzo di unità, nessuno può chiamarsi fuori”. Ecco: dovevate rintanarvi in casa, meglio se nel freezer, a sorseggiare l’ultima lectio magistralis del prof. Mario Monti alla Bocconi, a recitare a memoria il board di Goldman Sachs, a delibare l’ultimo best-seller cazzulliano Viva l’Italia! con l’inno di Mameli a palla. Possibile che, mentre il regime tira le cuoia, non abbiate pensato di “rinunciare alle asprezze polemiche e cercare un minimo comune denominatore con l’avversario per percorrere insieme un tratto di strada”? Invece niente: anziché cercare un denominatore comune e percorrere un tratto di strada con chi ha strangolato Costituzione, giustizia, informazione, scuola pubblica, università, ricerca, cultura e lavoro per farsi i cazzi suoi mentre il Corriere lo esortava alla “rivoluzione liberale” con P 2, P 3, P 4, Ciarrapico, Dell’Utri, Verdini, Gasparri, Gelmini, Carfagna, Bondi, Cicchitto, Brunetta, Calderoli, Stracquadanio e Scilipoti, avete “inscenato una gazzarra” che è “il contrario di ciò che il mondo si aspetta dall’Italia”.

Per la verità, a giudicare dal giubilo con cui tutti i governi (tranne Putin e Lukashenko) e i giornali del mondo han salutato la dipartita del Cainano, ma anche dalle contestazioni subìte da Blair appena rimise il naso fuori di casa, si direbbe che il mondo si aspettasse esattamente quel che è accaduto sabato sera. Senza violenze o incidenti. L’ha riconosciuto anche il ministro uscente Giorgia Meloni: “Anche questa è democrazia”. Ma il pompierino no. Distratto sulla vera violenza dei Ferrara che gridano al “golpe” e delle Santanchè che minacciano “una brutta fine per i traditori”, Cazzullo vorrebbe che i cittadini comuni umiliati da 17 anni di regime si imbalsamassero nel mutismo e nella rassegnazione, come se non fosse accaduto niente: B. “non è stato battuto da un voto elettorale” (prendete nota: voto elettorale, acqua bagnata, ghiaccio freddo), ma solo dalla “crisi internazionale e dalla propria inadeguatezza a farvi fronte”, ergo non sta bene festeggiare. Pare brutto.

E siccome B. “in 17 anni ha sempre avuto un vasto consenso nel Paese”, chi non l’ha mai votato e l’ha sempre subìto deve starsene zitto per “rispetto dei sentimenti e delle opinioni di chi in Berlusconi ha creduto”. Cioè di chi per 17 anni ci ha dato dei comunisti, coglioni, terroristi, mandanti morali. Il noto cuor di leone, autore di memorabili interviste-scendiletto ai gerarchi del regime, chiude il sermone con una lezione di temerarietà: “Non occorre grande coraggio per andare a urlare sotto casa di B.”. In effetti occorre molto più coraggio per scrivere certe scempiaggini. Ps. In serata anche Minzolingua e Polito el Drito tuonano contro la festa in piazza. Appunto.

giovedì 10 novembre 2011

GLI ULTIMI GIORNI DI POMPETTA

Di Marco Travaglio - IL FATTO QUOTIDIANO

Lo spettacolo degli ultimi giorni di Pompetta, come lo chiama Dagospia, è un bignamino di questi 17 anni di “rivoluzione liberale”.  Lui, tanto per cambiare, si fa i cazzi suoi. Incontra i figli e Confalonieri per sistemare quanto ha di più caro al mondo: le aziende e il portafogli.   Poi vede Ghedini per parlare di processi. Poi, nottetempo, riceve un paio di squinzie in vista del “governo di scopo”. Intanto, tutt’intorno a lui, politici e giornalisti, alte e basse cariche dello Stato fanno finta di non vedere, e scrivono e parlano e consultano come se la questione fosse politica. Come se la sua strenua resistenza nel bunker fosse mossa da ragioni economiche, finanziarie, istituzionali. E strologano di governi tecnici, di larghe intese, di responsabilità, di tregua, di transizione, di decantazione, di scopo (ma nell’altro senso). E discettano di cosa sia meglio per rassicurare i mercati e le borse, mentre lui si occupa del solito mercato (quello delle vacche) e della solita borsa (la sua).  Così la grande tragedia nazionale finisce immancabilmente in commedia, anzi in farsa. Minzolingua minaccia i traditori del Capo col solito editoriale criminoso del Tg1 pagato con i soldi di tutti: “Voi credete di evitare le elezioni, invece le state provocando”.  Ferrara, che non ha mai avuto una notizia in vita sua, fa il primo scoop della carriera e naturalmente è una patacca: “Il piduista B. si dimette”. I mercati internazionali, non conoscendolo, abboccano e impazziscono di gioia, poi però scoprono chi è Ferrara e tornano in depressione. Franco Bechis manda in rete la telefonata con voce taroccata di un dirigente Pdl che annuncia la dipartita del premier chiamandolo “testa di cazzo” (dunque è uno che lo conosce bene), ma è un’altra patacca (le dimissioni, non la testa di cazzo). Poi su Internet smascherano la voce vera e dicono che è Crosetto, allora Bechis dice che non è Crosetto, poi Crosetto dice che non è Crosetto, poi Crosetto dice che è Crosetto e si lamenta perché hanno violato la sua privacy, ma aggiunge che non deve scusarsi di nulla perché “io parlo sempre così” (ogni volta che incontra il premier, lo saluta festosamente con un “ehi Silvio, testa di cazzo, come va la vita?”).  Il partigiano Squaquadanio entra a Palazzo Grazioli dopo lunga anticamera (c’erano le squinzie) e ne esce a bordo di una camionetta dei Carabinieri che evidentemente, disorientati dal toupet moquettato, han preso il tizio sbagliato.  Accade persino che il padano Bossi chieda bofonchiando e sputacchiando al brianzolo Pompetta B. di fare “un passo di lato” (per distinguersi dal Pd, che chiede “un passo indietro”) per essere rimpiazzato dal siciliano Alfano, ma Al Cafone B. rifiuta e annuncia “un passo avanti”. E che è, una quadriglia? Una mazurka? Bella svolta, bella discontinuità, non c’è che dire, un governo Jolie: esce il padrone ed entra il segretario. Esce il capocomico ed entra la spalla. Ma, siccome siamo nati per soffrire, si parla pure di un frizzante governo Schifani (indagato per mafia, garantirebbe la necessaria continuità). Oppure Letta, il fratello maggiore di Oetzi, l’uomo del Similhaun (nonché il protettore di Bertolaso e Bisignani), per un bel governo Cricca-P4 da arresti domiciliari. Oppure Amato o magari Pisanu (147 anni in due), per un adeguato rinnovamento generazionale. Alternative davvero elettrizzanti. Tutte riedizioni della famosa barzelletta. Lo stregone fa due prigionieri e domanda al primo: “Bunga bunga o morte?”. Quello, ignaro di tutto, risponde: “Bunga bunga” e viene violentato. Stessa domanda al secondo che, ammaestrato dalla fine del primo, risponde “Morte”. E lo stregone: “Ok, prima bunga bunga e poi morte”.  Oggi, per non farci godere troppo, la domanda è: “Cainano o Alfano?”.Così alla fine ci convinceremo che forse, magari, tanto vale tenerci il Cainano. Che fra l’altro garantisce sia bunga bunga sia morte.   

domenica 18 settembre 2011

NUNVEREGGAECCHIU'

Di Marco Travaglio - IL FATTO QUOTIDIANO

Che palle, non se ne può più. Dopo 17 anni siamo ancora lì a sentire i servi del padrone che raccontano balle à gogo, spacciati per “giornalisti di destra” e seduti sullo stesso piano dei giornalisti veri che dicono le cose come stanno. La par condicio fra verità e menzogna. Prendiamo l’ultimo caso: il puttanaio messo in piedi da Tarantini per B. A fine settembre 2010, nella conferenza stampa alla Maddalena con Zapatero, B. comunica alla stampa di tutto il mondo che “questo Tarantini o Tarantino” lui manco lo conosce, tant’è che lo confonde col regista americano. Gianpi o Quentin per lui pari sono. Ora, all’improvviso, spiega alla stampa e ai pm di avere strapagato Tarantini (il nome gli sovviene giusto) per “aiutare un amico in gravissime difficoltà economiche”, “un uomo disperato” con due “famiglie con bambini piccoli e madre a carico, che a causa dei magistrati è passato dal benessere alla miseria”: l’ex sconosciuto divenuto amico gli mandava “lettere accorate” minacciando “atti di autolesionismo”. È evidente a tutti che il premier ha mentito al mondo intero. Ergo chi sostiene che è sincero e non ha nulla da nascondere è un bugiardo e non può essere messo alla pari di chi dice il contrario, cioè la verità. Che B. fosse ricattato dal gatto Tarantini e dalla volpe Lavitola è un altro fatto: i due concordavano di “metterlo spalle al muro” e “alle corde” e gli spillavano centinaia di migliaia di euro. Perfino i suoi avvocati l’avevano vivamente sconsigliato di pagare, ma lui aveva pagato lo stesso. Dunque chi nega che fosse ricattato (col formidabile argomento che lui nega di esserlo stato) mente e non può essere messo alla pari di chi dice il contrario, cioè la verità. Che B. sia un puttaniere incallito è un altro fatto indiscutibile: riceveva a domicilio decine di mignotte che poi pagava con soldi suoi o con posti pubblici (cioè con soldi nostri) o faceva pagare da papponi di fiducia che poi ricompensava con soldi suoi o con appalti pubblici (cioè con soldi nostri). Il che esclude che i suoi festini fossero “cene eleganti” e, soprattutto, affari suoi coperti da privacy. Chi sostiene il contrario non è un giornalista di destra degno di essere ascoltato: è semplicemente un pallista che non merita alcuna considerazione. Proprio come Minzolingua, che riduce tutto a “gossip” e teorizza che le intercettazioni di B. “non c’entrano con le inda gini” e non vanno diffuse perché “B. non è indagato” (in tutte le indagini di prostituzione, si intercettano papponi, mignotte e clienti). Ecco: il format del talk show serve a dare alle bugie la stessa dignità delle verità e a spacciare le une e le altre come effetti di una fantomatica guerra civile tra berlusconismo e antiberlusconismo. E i giornali “indipendenti”, anziché smontare il giochino, copiano il format con interviste e commenti contrapposti. Per loro l’indipendenza è non scegliere mai fra bugia e verità. Sono indipendenti dai fatti.


mercoledì 31 agosto 2011

VIENI AVANTI CRETESE

Marco Travaglio - IL FATTO QUOTIDIANO

È sempre bello quando parla Scajola, l’uomo che vive a sua insaputa. Il guaio è che, siccome a sua insaputa parla pure, lo lasciano parlare troppo poco. Gli avvocati difensori lo seguono come ombre, anche di notte, per evitare che si faccia del male. L’ultima volta che parlò a braccio, nel 2002, diede del “rompicoglioni” a Marco Biagi appena assassinato dalle Bierre. Da allora si decise che avrebbe aperto bocca soltanto per leggere brevi comunicati concordati con i suoi legali. Come quello diramato l’altroieri, durante le vacanze a Creta, quando s’è diffusa la voce chela Procuradi Roma, con un annetto e mezzo di ritardo, s’era finalmente decisa a indagarlo per finanziamento illecito. Una cosina da niente: 900mila euro pagati per il noto “mezzanino” da250 metriquadri con vista Colosseo da Anemone tramite l’architetto Zampolini con 80 assegni circolari, tutti da 12.500 per non insospettire l’antiriciclaggio (furbo, lui). “Sono sereno… si è trattato di un’azione di riciclaggio consumata alle mie spalle”, e fin qui tutto ok: chi non sarebbe sereno, avendo trovato un benefattore che, senza chiedere nulla in cambio, per consumare un’azione di riciclaggio alle sue spalle gli allunga 900mila euro per comprargli una casa da un milione e mezzo e, già che c’è, gli regala pure un trasformatore da 96 euro e un frullatore da 100? “… non sono mai stato interrogato…”: e buon per lui, altrimenti gli davano l’ergastolo. “… e attendo che i magistrati romani portino a termine il loro lavoro, nella convinzione che verrà certamente chiarita la mia estraneità ai fatti”. E qui cominciano i problemi con la logica: perché può darsi che alla fine si scopra che Scajola non ha commesso reati (o più probabilmente che venga prescritto, vista la fulminea rapidità con cuila Procuradi Roma si occupa di lui), ma è altamente improbabile che risulti “estraneo ai fatti”, visto che Anemone quei soldi glieli ha sborsati, Zampolini glieli ha portati e, al momento della vendita dell’appartamento a Scajola, le proprietarie li hanno incassati. A meno che, si capisce, la strategia difensiva di Scajola non punti alla totale infermità mentale, nel qual caso può succedere di tutto. Prima però s’imporrebbe una perizia psichiatrica. Che avrebbe buone speranze di successo, viste le cose che l’uomo che vive a sua insaputa è riuscito a dire negli ultimi mesi. Cominciò, alle prime notizie sullo scandalo, col dipingersi come “vittima di una campagna mediatica”. Poi la celebre conferenza stampa senza domande (c’era il rischio di risposte) in cui lesse il celeberrimo comunicato concordato con i suoi legali, davvero degni di lui: “Un ministro non può sospettare di abitare un’abitazione pagata in parte da altri”. Nel settore della stampa estera c’erano colleghi che picchiavano sull’auricolare sperando in un errore di traduzione dell’interprete. Purtroppo era tutto testuale. Così come le dichiarazioni successive: “Ora devo scoprire se qualcuno ha pagato la mia casa a mia insaputa, nel qual caso annullerò l’atto”. Una voce pietosa gli spiegò che le precedenti proprietarie non avevano alcun motivo per riprendersi la casa indietro, visto che gliel’avevano venduta così bene. Allora lui si rassegnò e annunciò: “Vendo la casa e la differenza fra quel che ho pagato io e quel che han pagato altri a mia insaputa la do in beneficenza, so già a chi”. Ora però si scopre che continua a viverci lui, ma a sua insaputa: “È vero – ammette – ne sono uscito quando mi sono dimesso, ma poi ci sono tornato. Ma solo a dormire”. Ecco, sapendo che per un terzo l’ha pagata lui e per due terzi Anemone, ha deciso di trascorrervi solo 8 ore su 24 (quelle notturne) e saltellandovi su un piede solo. Ma sul citofono del mezzanino ci sono ancora le iniziali “C.S.”. Cioè, par di capire, Claudio Scajola. A meno che non si tratti di un ben più drammatico acronimo: Chi Sono?


domenica 7 agosto 2011

UN UOMO DA INTERDIRE

Di Marco Travaglio - IL FATTO QUOTIDIANO

E’ commovente lo sforzo della stampa di regime per sganciare gli ultimi rovesci di Piazza Affari dal discorso portasfiga del Cainano. Ieri il Pompiere della Sera, in un editoriale che peraltro denunciava l’inesistenza del nostro governo, si inerpicava sugli specchi con ardite perifrasi (“Palazzo Chigi”, “il governo e la politica”) pur di non nominare mai Berlusconi come la vera palla al piede che paralizza l’Italia oltre a tutte le altre. Del resto sono anni che i pompieri fingono di non vedere quel che fa, anzi non fa. All’inizio per lui la crisi finanziaria mondiale non esisteva proprio. E, se gl’italiani se ne preoccupavano, era colpa di Annozero che ne parlava. Autosuggestione collettiva. Ottobre 2008, mentre tutto il mondo vara misure straordinarie, lui sorride: “Tranquilli, abbiamo l’83% di case di proprietà, più auto e più telefonini di ogni altro paese europeo”. 21 dicembre 2008: “Occorre intervenire sulla Rai, basta con questi programmi che diffondono pessimismo”. Febbraio 2009, cita fugacemente la crisi, ma solo per annunciare che è passata: “Usciremo dalla crisi prima del resto d’Europa, perché siamo i migliori”. 2010: la crisi è sempre lì. Lui incolpa alle “organizzazioni internazionali, che un giorno sì e uno no dicono: deficit +5%, consumi -5%, crisi di qui crisi di là, crisi fino al 2011… un disastro! Chiudiamogli la bocca”. E pure i giornali, “essi stessi fattori di crisi”. Poi riunisce gl’imprenditori, anch’essi molto suggestionati: “Chiedete un incontro ai vertici Rai: come fate ad accettare che la Rai inserisca i vostri spot in programmi che diffondono panico e sfiducia? ”. È la celebre crisi percepita: la gente crede di esser senza soldi e senza lavoro perché glielo dice Santoro, ma se mette le mani in tasca si scopre ricca sfondata. 2011: Draghi, altra vittima dell’incantesimo, annuncia che si son persi 650 mila posti di lavoro, ma B. lo zittisce: “I suoi dati non ci risultano, la ripresa è partita”. L’autorevole Brunetta conferma: “Siamo in piena ripresa”. È quel che dice anche il Tg1 di Minzolingua: secondo una ricerca di Ilvo Diamanti, la crisi è la prima preoccupazione del 60% degli italiani, che se ne infischiano della criminalità (12%) e dell’immigrazione (3,6), ma Rai e Mediaset parlano di criminalità e immigrazione 20 volte più che di crisi. Maria Luisa Busi ritira la sua faccia dal Tg1 e accusa Minzolingua di aver “schiacciato l’Italia reale tra informazione di parte e infotainment: quante volte lavarsi le mani, caccia al coccodrillo nel lago, mutande antiscippo”. Il Direttorissimo replica: “È lei che accompagnava le notizie con la mimica facciale”. Gufava, ecco. Doveva fare come Feltri, che ancora l’anno scorso scriveva sul Giornale: “Io vedo in giro solo gente paffuta, sorridente, in forma. Il ritratto dell’opulenza. Disoccupati non ne conosco uno, semmai conosco cassintegrati integrati e felici”. Gennaio 2011, riecco la supercazzola del “taglio delle tasse”, come se avessimo 10 o 20 miliardi da scialare. E Tremonti che ripete “non c’è una lira” è un altro gufo, traditore, criptocomunista da affidare alle cure del Giornale e di Libero. Due mesi fa si scopre all’improvviso che mancano all’appello 60, forse 80 miliardi e Tremonti evoca il Titanic. Salvo poi apparecchiare una manovra postdatata, a babbo morto, che avvierà i tagli nel 2013, quando l’Italia non ci sarà più. Manovra già divorata dai mercati dans l’espace d’un matin. E dunque riecco il Cavalier Bunga rassicurare che “il Paese è solido” e la crisi è colpa dei “mercati ” che – diceva quel gran genio di suo padre (banca Rasini) – “sono orologi rotti ”. Ma anche della magistratura, noto “fattore di crisi”. A proposito: “Investite nelle mie aziende che vanno forte”. Tra qualche mese, quando saremo un cumulo di macerie, lo troveranno nel bunker con una dozzina di Evebraun minorenni che grida “Salvate Mediaset! Bombardate i giudici! Ho l’arma segreta ! ”. Sempreché chi può non l’abbia fatto interdire per tempo. 

domenica 31 luglio 2011

TUNNEL CARPALE

Di Marco Travaglio - Il Fatto Quotidiano

Il tunnel carpale scavato da B. sotto i tribunali col piede di porco dei suoi legislatori e con la lingua dei suoi servi, ivi compresi i magistrati che infestano il ministero, ci regala la tanto sospirata Riforma Epocale della Giustizia. Dopo 17 anni di cincischiamenti sporadici che allungavano qua e là i dibattimenti, accorciavano prescrizioni, abolivano reati, abbassavano pene, condonavano condanne, svuotavano galere, silenziavano pentiti e testimoni, favorivano imputati di serie A, limavano le unghie ai pm e le laccavano agli avvocati, scudavano premier e ministri, il Senato ha finalmente varato un provvedimento organico, sistematico, scientifico, definitivo: la morte del processo. Ma sì, un bel colpo secco, ci si leva il dente e non se ne parla più. Sotto gli occhi di quel monumento alla legalità che è Schifani, ovviamente indagato per mafia, passa una legge che farebbe vergognare Al Capone, beffardamente battezzata “processo lungo”. Come a dire: vi aspettavate il processo breve? E invece approviamo quello lungo: ci eravate cascati, eh? È una specie di gioco delle tre carte (anzi, mezza dozzina) per disorientare i cittadini, che hanno altro a cui pensare, e il capo dello Stato, che ha la sua età: processo breve, prescrizione breve, salva-Ruby, salva-Mondadori, riforma del Csm, azione penale discrezionale, separazione delle carriere, responsabilità civile, lodo Alfano-bis, neo-immunità e poi zac!, processo lungo, tiè. La norma voluta da Falcone, che dà valore di prova alle sentenze definitive nei processi su fatti analoghi, non c’è più: in ogni processo di mafia bisognerà ridimostrare che esiste Cosa Nostra. E se il rapinatore A viene condannato in Cassazione per aver rapinato una banca col rapinatore B, nel processo al rapinatore B bisognerà risentire tutti i testimoni: se A uguale B, non è detto che B sia uguale A. Tutto questo perché la Cassazione ha già stabilito che Mills fu corrotto da B., il che lascia presagire che B. abbia corrotto Mills, ma B. non vuol proprio sentirselo dire. Nel processo “toghe sporche”, B. e Previti chiesero di sentire tutti e 1700 i giudici passati per Roma nell’ultimo mezzo secolo per dimostrare che non li avevano corrotti proprio tutti. Il Tribunale di Milano rise molto e condannò Previti (B. se l’era già svignata). Col processo lungo, che obbliga i giudici a sentire tutti i testi “pertinenti” anche se inutili, il processo sarebbe in pieno corso, in primo grado, con l’escussione del 900° teste o giù di lì, e si trascinerebbe fin verso il 2035, salvo prescrizione o decesso dei testi, degl’imputati e dei giudici, si capisce. E così il processo Parmalat, dove Tanzi voleva sentire tutti e 35 mila gli azionisti del gruppo. E così il processo Eternit (nomen, omen), dove pure i difensori si accontentavano di 9.841 testimoni. Il bello di questa 42° legge ad personam è che è pure ad canaglias: vale per tutti. I colpevoli, s’intende, visto che gli innocenti e le vittime non hanno interesse a tirare in lungo, non foss’altro che per finire presto e non pagare l’avvocato in eterno. Se tutto va bene, e se esisterà ancora l’Italia, in settembre sarà approvata anche alla Camera e comincerà a dispiegare i suoi balsamici effetti. Sempreché il capo dello Stato, che l’altroieri commemorava spiritosamente Rocco Chinnici, non s’accorga dell’art. 111 della Costituzione: quello che raccomanda umoristicamente la “ragionevole durata dei processi”. E sempreché il neoministro Zitto Palma abbia l’accortezza di accompagnare il “processo lungo” con una norma complementare ormai imprescindibile. Perché tener aperti tutti quegli enti inutili chiamati “palazzi di giustizia” che costano un occhio fra giudici, pm, poliziotti, carabinieri, finanzieri, cancellieri, uscieri, segretari, se basta un avvocato con l’elenco telefonico sotto il braccio per far saltare tutto? Dopo il “processo lungo” s’impone l’ultima riforma epocale: il “tribunale chiuso”.


sabato 16 luglio 2011

TRAVAGLIO FA A PEZZI LA MARINA (BERLUSCONI)

 LA PRESIDENTESSA DELLA REFURTIVA

Marco Travaglio - Il Fatto Quotidiano


Siccome è la figlia di Pompetta B., anzi è B. con la parrucca bionda, Marina B. merita la massima considerazione. Esaminiamo dunque i migliori passaggi della sua intervista al suo dipendente Giorgio Mulè, direttore di Panorama (gruppo Mondadori, presieduto da Marina B.), contro De Benedetti e i giudici che han condannato la Fininvest presieduta da Marina B. a risarcirlo per lo scippo della Mondadori presieduta dalla stessa Marina B. Posto che Fininvest è lo scippatore, De Benedetti lo scippato e Mondadori la refurtiva, e posto che, senza la sentenza comprata, Mondadori e dunque Panorama apparterrebbero a De Benedetti, questo è caso di ricettazione e riciclaggio giornalistico: la presidente del gruppo scippatore usa la refurtiva per sparare sul gruppo scippato. Un po’ come se un topo di appartamenti rubasse un televisore in una villa e poi lo lanciasse sulla testa del derubato.

1. “Non chiederemo di sospendere il pagamento alla Cir perché avremmo dovuto chiederlo agli stessi giudici che hanno emesso questa sentenza. Non sarebbe stato possibile attendersi qualcosa di diverso da un semplice no”. Marina B. dev’essere una patita del non-sense: in primo grado la Fininvest chiese la sospensiva al Tribunale di Milano che l’aveva condannata a 750 milioni e quello rispose un semplice sì (il presidente era il fratello di un ex deputato FI).

2. “In Italia non esiste più la certezza del diritto… Si sono piegate le regole del diritto a logiche che sono totalmente estranee ai criteri di equità”. Mirabile descrizione del sistema messo in piedi negli anni ‘80 dalla Fininvest che ora presiede, con miliardi di fondi neri girati sui conti svizzeri degli avvocati Fininvest – Previti, Pacifico e Acampora – comunicanti con quelli di alcuni giudici romani pagati per dare ragione a chi aveva torto (per esempio, la Fininvest).

3. “Ci hanno già provato in passato con altri tentativi di esproprio più o meno mascherato. Pensi ai referendum per cancellare le nostre tv…”. Quel referendum non è mai esistito: nel ’95 si votò per ridurre gli spot nei film e introdurre una minima antitrust, peraltro già fissata nel ’94 dalla Consulta. Naturalmente vinse il No grazie alla campagna Fininvest, che secondo la Consulta avrebbero dovuto avere una rete in meno.

4. “… o alle leggi che giravano sempre intorno allo stesso obiettivo: farci sparire”. Quali leggi? In materia di tv ne abbiamo avute quattro: i decreti Berlusconi imposti da Craxi annullavano le ordinanze dei pretori; la Mammì imposta da Craxi (pagato con 21 miliardi da Fininvest) regalava all’amico Pompetta B. tre reti tv, quante nemmeno nello Zambia; la Maccanico prolungava sine die il monopolio incostituzionale delle tre tv Fininvest; la Gasparri, basta la parola. Ma forse Marina crede di vivere in America o in Europa.

5. “Abbiamo resistito e via via sviluppato anticorpi molto efficaci”. Tipo le mazzette ai politici, ai giudici, ai testimoni, ai finanzieri…

6. “Per colpire mio padre si colpisce un gruppo che dà lavoro a 20 mila persone”. Solo che molti, senza la sentenza comprata, lavorerebbero ancora per De Benedetti.

7. “Per appiccicare a mio padre l’etichetta di corruttore si rispolvera il teorema del ‘non poteva non sapere’, demolito da numerose sentenze”. Per la verità la Cassazione ha condannato Previti & C. per la sentenza Mondadori comprata con soldi Fininvest “nell’interesse e su incarico del corruttore… a conoscenza della corruzione del giudice”: cioè il suo Papi.

8. “Un giudice è risultato colpevole di corruzione, ma gli altri due non sono stati corrotti”.Quello sbadato di Previti lascia sempre le cose a metà.

9. “Mio padre ci ha dato coraggio: ‘Andate avanti, ci sarà pure un giudice a Berlino che riconoscerà la totale correttezza dei nostri comportamenti’”. Questa sì che è una notizia: non è che, niente niente, Papi medita un lodo Berlino per spostare il processo in Germania?

lunedì 11 luglio 2011

NO, COSI'.... TANTO PER FARE CHIAREZZA

Marco Travaglio - Il Fatto Quotidiano

IL PARTITO DEI DOMESTICI

Chi, guardando i tg o ascoltando i commenti di uno a caso dei servi del Cainano, cerca di capire perché mai il gruppo B. debba pagare 560 milioni a De Benedetti, pensa all’ennesimo mistero d’Italia. Il perché se l’è scordato persino il Cainano, che l’altro giorno, fallita la legge che s’era fabbricato per non pagare, ha dichiarato: “Piuttosto che a De Benedetti, quei soldi li do in beneficienza”. Come se la condanna non si riferisse a nulla in particolare, ma prevedesse semplicemente che deve dar via mezzo miliardo a chi pare a lui. Nessuno fa il benché minimo riferimento all’antefatto che, da solo, spiega tutto: nel 1991 gli avvocati Previti, Acampora e Pacifico, con soldi di B. e della Fininvest, pagarono 470 milioni di lire in contanti al giudice Vittorio Metta in cambio della sentenza che annullava il lodo Mondadori, scippando all’Ingegnere il primo gruppo editoriale del Paese e girandolo al Cavaliere. Il quale da vent’anni possiede un’azienda non sua, rubata, ne incassa gli utili e la usa per manganellare i suoi nemici. All’origine di tutto c’è uno scippo, rimasto a lungo impunito finchè lo scippatore è stato individuato e condannato a restituire il maltolto. Ma, siccome siamo il Paese di Sottosopra, grazie anche all’uso che fa lo scippatore dei giornali del gruppo scippato, lo scippatore di traveste da scippato. Già ieri gli house organ dello scippatore, Giornale e Libero , titolavano preventivamente: “Oggi (forse) rapinano il Cav”, “Oggi i giudici spennano Silvio”. Nel suo editoriale improntato al più sfrenato surrealismo, zio Tibia Sallusti spiegava che il risarcimento è “una ra p i n a ” perché fu corrotto solo Metta, e non gli altri due giudici del collegio, ergo “quello eventualmente corrotto era ininfluente”. Dimentica che Metta era il relatore, cioè istruì e illustrò la causa agli altri due; e l’estensore: cioè scrisse la sentenza, o almeno la firmò, visto che depositò 167 pagine manoscritte all’indomani della camera di consiglio, dunque gliel’avevano scritta prima del processo. In ogni caso, per far scattare la corruzione giudiziaria, basta corromperne uno, di giudice. Olindo il giurista aggiunge che la condanna si basa sulle parole della Ariosto, che nel ‘95 “racconta ai Pm che uno dei tre giudici era stato a suo avviso corrotto”. Peccato che la Ariosto non abbia mai nominato Metta in vita sua: le prove sono i bonifici dai conti esteri Fininvest a quelli dei tre avvocati che poi prelevarono i contanti da portare a Metta. Tibia infine, ispirato nottetempo dall’arcangelo Gabriele, anticipa la formidabile replica di Marina B. E cioè che il risarcimento è indebito perché B., in sede di transazione, restituì a De Benedetti un pezzo di Mondadori (Repubblica, Espresso , quotidiani Finegil); e comunque è spropositato perché “la quota Fininvest in Mondadori oggi in borsa vale 300 milioni”. Doppia cazzata. Se mi rubano il motorino e poi mi restituiscono il manubrio, io che faccio: ritiro la denuncia per furto? Quanto all’importo, è ovvio che Fininvest debba restituire non soltanto il valore dell’azienda scippata, ma pure gl’interessi, le rivalutazioni e soprattutto gli introiti incamerati indebitamente per vent’anni. Si chiamano danno emergente e lucro cessante, facili da capire anche ai ripetenti. Più comprensibili gli alti lai della presidente di Fininvest e Mondadori, Marina B., che la butta in politica e starnazza: “Ennesima forsennata aggressione a mio padre”. Madama va capita: presiedendo sia l’azienda scippatrice sia il corpo del reato, teme di restare disoccupata. Ma non perde il buonumore, infatti dichiara che “Fininvest ha sempre operato nella più assoluta correttezza”: a parte le tangenti a politici, finanzieri, giudici, testimoni e i fondi neri su 64 società offshore, si capisce. Vedendola così affranta per la dipartita di quanto ha di più caro (560 milioni),si stringono al suo dolore le maestranze Fininvest tutte: Ghedini, Cicchitto, Gasparri, La Russa, Matteoli, Verdini, Sacconi, Capezzone, Stracquadanio e alcuni uscieri. Il partito degli onesti. Anzi, dei domestici.



lunedì 20 giugno 2011

L'HANNO RIMASTO SOLO

Marco Travaglio - Il Fatto Quotidiano

“M’hanno rimasto solo, ‘sti quattro cornuti. Me so’ ‘nfilato dentro lo scarico della mondezza, l’ho presa tutta addosso. Cinque ore so’ lì dentro, coi bacherozzi e i sorci…”. Niente di meglio dell’ “Audace colpo dei soliti ignoti” per immortalare il tramonto del Grande Comunicatore che non comunica più. O meglio: ci prova, ma non trova più nessuno a cui comunicare. Incomunicabilità totale. Mediaset perde ascolti a rotta di collo. Un paio di milioni d’italiani, pur di non vederlo, non perdono un istante della festa della Fiom. E dalle ultime intercettazioni sulla P4 la sua voce non risulta nemmeno una volta. Non pervenuta. 
Chi conta e vuole contare chiama altri (a proposito, un appello ai pm: intercettatelo di nuovo, foss’anche mentre racconta una barzelletta del secolo scorso, sennò ne fa una malattia). Tristi anche gli avvistamenti di Zappadu, tornato nei pressi di villa Certosa sul luogo del relitto dopo un paio d’anni di assenza: quel luogo un tempo meta di goderecci pellegrinaggi di decine di ragazze, ministre, ballerine, mignotte, menestrelli di corte, pare improvvisamente troppo vasto, smisurato, sproporzionato per quell’omino flaccido e stanco in tuta blu da benzinaio, affiancato da appena due Papi girl sfuggite alla decimazione giudiziaria e piuttosto annoiate. Una mestizia infinita. L’altro giorno, poi, l’agghiacciante immagine della saletta deserta di un hotel calabrese, una distesa di poltroncine bianche che ascoltano in religioso silenzio la benedizione telefonica del premier: “Pronto! Vi porto il saluto di tutto il governo, un saluto di cuore a tutti!”. Tecnici ed elettricisti che, dopo il raduno ormai concluso della Fondazione John Motta, stanno smontando gli impianti di amplificazione non credono ai loro orecchi quando sentono giungere dall’oltretomba una voce un tempo nota e ascoltata da folle osannanti. “Ma chi è? Un saluto a tutti chi?”. “Ma che, è proprio Berlusconi?”. “Ma sì, è proprio lui”. E giù a ridere. Chi glielo dice, al pover’uomo, che sono andati via tutti? Riconvocati d’urgenza alcuni relatori strappati al buffet, fra cui Nucara, quello che doveva reclutare folle di “responsabili” ma non ne acchiappò nemmeno uno (provvide poi Verdini, coi suoi metodi persuasivi, a scilipotare la fu maggioranza). Neanche Nucara ha il cuore di svelare al premier che è tutto finito, non c’è più nessuno, nemmeno uno Scilipoti. E allora gli passa un tale avvocato John Motta, uno zio d’America che parla come Stanlio e Ollio e ringrazia tanto il Presidente a nome di tutte le poltroncine bianche all’ascolto. Alcuni camerieri, portabagagli e addetti alle pulizie racimolati alla bell’e meglio si spellano le mani per simulare una platea brulicante. E lui, il Presidente Telefonista, parte in quarta col monologo-fiume. S’è anche preparato, poveretto: “Saluto il nostro Gianni Motta che ha cambiato nome in John Mott e dopo una vita difficile ce l’ha fatta…”. Poi, dopo una ventina di minuti, chiude il comizio tutto accaldato: “Viva gli Stati Uniti d’America che gl’italiani, i figli e i nipoti di italiani hanno contribuito a rendere grandi! Viva la Calabria! Viva l’Italia”. Clap clap. Ora Nucara accusa la solita informazione dell’odio di aver manipolato le immagini, ben sapendo ciò che l’attende al rientro a Roma. Ieri poi il processo Mills: il primo senza scudo, il primo con un testimone – Attanasio – che osa parlargli contro. Fino a un mese fa ogni udienza richiamava folle di tifosi pro e contro. Ieri invece, a parte i giornalisti, alcuni poliziotti in assetto antisommossa e qualche passante incuriosito da cotanto spiegamento, il deserto. Nemmeno un Lassini sfuso, una cugina della Santanchè, nessuno. Stavolta una voce pietosa, forse quella dell’on. avv. Ghedini, ha avvertito l’insolito ignoto: “Presidente, inutile uscire dall’ingresso principale, ci sarebbe un pertugio secondario. Pazienza, è andata così, sarà meglio la prossima”. L’hanno rimasto solo anche lì, quei quattro cornuti. 


mercoledì 1 giugno 2011

BALLA CIAO

Marco Travaglio -Il Fatto Quotidiano- 31 Maggio 2011

Vinceremo al primo turno. Milano è fondamentale per dare sostegno al governo del Paese. È impossibile che non sia governata da noi. Pisapia è un candidato da pazzi che vuole rifondare il comunismo ”
(Silvio Berlusconi,7-5-2011).
“E se il Pd perdesse Torino e Bologna?” (Libero,8-5).
“Non tutte le donne vengono per nuocere. La Letizia Moratti, per esempio, corre verso il secondo mandato e intende guadagnarselo con la solita grinta e con la solita tranquillità. Il lavoro ben fatto, da quando ha assunto incarichi pubblici, è una sua prerogativa. Non gridata, non sbandierata, considerata quasi ovvia” (Giuliano Ferrara, IlGiornale,8-5)
“Aria di festa. Silvio alla riscossa. L’umore del premier è cambiato: la campagna elettorale in prima persona porta un recupero fenomenale di consensi. Il centrodestra vincerà ancora. Anche perché è l’unico ad avere un leader” (Vittorio Feltri, Libero,12-5).
“Via le Br dalle liste” (Libero,13-5).
“Dopo Cofferati ora tocca a Fassino essere mandato a casa” (Maurizio Gasparri, Il Giornale,13-5).
“Non è un voto ordinario per sindaci e presidenti di provincia: è un voto su di me e sul mio governo. È un voto su cui si gioca il futuro mio e della legislatura (S.B., 14-5).
 “Alle urne con un obiettivo: mandiamoli a casa. Amici dei terroristi di Hamas, amici dei terroristi di Prima linea, amici dei clandestini, dei centri sociali” (Alessandro Sallusti, Il Giornale,14-5).
 “Il Pd teme la disfatta e punta al pareggio” (Libero,15-5).
“Sono i nostri a essere andati in massa a votare. Ancora una volta la spunteremo e sarà tutto merito mio e dell’impronta che ho dato a questa campagna (S.B.,15-5).
 “Dai, un ultimo sforzo. Alta l’affluenza: gli elettori vogliono contare più dei pm” (Alessandro Sallusti, Il Giornale,16-5).
“Se De Magistris va al ballottaggio mi suicido, ma non ci arriverà, non s’è mai visto un magistrato che arriva a fare il sindaco di una grande città” (Clemente Mastella, Radio2,17-5).
 “Rialzati e cammina. Silvio non è morto” (Feltri, Libero,18-5).
“Operazione rimonta: Albertini in campo per Letizia” (Libero,19-5).
 “Non è un terrorista, ma Pisapia fa paura” (Massimo de’ Manzoni, Li bero,19-5).
 “Arrestate De Magistris, punta a Palazzo Chigi” (Libero,19-5).
“Napoli, Lettieri pensa alla carta Bertolaso” (Corriere della Sera, 20-5).
“Bossi ci tiene alle balle: il Senatur vuole riprendersi Milano. Torna la Lega di lotta” (Il Giornale, 23-5). “Cara Moratti, ti spiego come recuperare” (Gianni Alemanno, il Giornale, 23-5).
 “Chi vota De Magistris è senza cervello” (S.B., 25-5). “Pisapia ora ha paura. La rimonta della Moratti. Il candidato del Pd teme il ritorno di fiamma del centrdestra ” (Il Giornale, 26-5)
“Adesso sto con la Moratti e dico che può vincere,riconquistare la città. Sull’altro fronte vedo solobarbari e devastatori” (Vittorio Sgarbi, Corriere,26-5).
“Un bell’applauso per Letizia Morattiiii!” (Massimo Boldi dal palco del Giro d’Italia, 29-5).

“Denis, ti prego, convinci Berlusconi a non venire a Napoli a chiudere la mia campagna elettorale” (Gianni Lettieri a Verdini, La Stampa, 30-5).

venerdì 27 maggio 2011

SIGNORINI LO SA ????

Il pezzo finale dell'editoriale di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, merita senza dubbio di essere riportato......

domenica 13 marzo 2011

PRIMA COMPRAVA I GIUDICI, ORA LI RIFORMA

Marco Travaglio - Il Fatto Quotidiano

A leggere le reazioni del Pd alla porcata epocale, cascano le braccia. Dice Bersani che B. “tenta di assoggettare i pm, mentre per i cittadini non cambia nulla”. E così cade nella trappola di B., accreditando la maxiballa che lui vuole far passare: quella dello “scontro fra governo e magistratura”.
Così i cittadini si sentono tagliati fuori e si disinteressano alla cosa (per
loro “non cambia nulla”, è un affare fra politici e toghe). E invece questa non è una legge contro i magistrati, ma contro i cittadini: una giustizia controllata dalla casta-cosca politica processa solo i poveracci, mentre l’uomo della strada che subisce un torto da un potente perde ogni speranza di avere giustizia. In ogni caso – a meno che i soliti servi della finta opposizione non corrano in soccorso al padrone (Pompiere e Riformatorio si prodigano in tal senso) – B. non ha la maggioranza dei due terzi per chiudere la partita in Parlamento, dove fa il bello e il cattivo tempo: anche se riuscisse a far approvare la porcata due volte dalla Camera e due dal Senato, si andrebbe al referendum confermativo senza quorum. E la porcata farebbe la fine della devolution. Perché allora parte in quarta con la “riforma epocale”? Per creare un clima di guerra fra se stesso e i magistrati, così qualunque cosa emergerà da suoi processi (che non ha più alcuna speranza di bloccare) potrà gabellarla come una vendetta delle toghe contro la sua “riforma epocale”. Tanto, in Italia, non esiste più nemmeno la consecutio temporum. Milioni di italiani si sono già convinti che i processi a B. non sono il movente, ma l’effetto della sua “discesa in campo” nel ’94, anche se le inchieste sulla Fininvest erano iniziate due anni prima e nel ’94 stavano arrivando a lui. Non sarà difficile, ora, spacciare gli scandali Mills, Ruby e Mediaset come una ritorsione della corporazione togata contro chi vuole privarla dei suoi privilegi, anche se sono scoppiati molto prima della “riforma”. Per sfuggire alla trappola e ritorcergliela contro, bisognerebbe cambiare parole d’ordine e spiegare che accadrebbe se entrasse in vigore la prima riforma della Giustizia scritta da un imputato per corruzione, concussione, frode fiscale, appropriazione indebita, falso in bilancio e indagato per le stragi del ‘93 (già, chi ricorda l’indagine di Firenze?). Ci ha provato il segretario dell’Anm, Giuseppe Cascini, spiegando che B. “potrà telefonare al procuratore della Repubblica per dirgli quello che deve o non deve fare”, come con la Questura di Milano per Ruby. Per lui sarebbe un grosso passo in avanti. Un tempo, per vincere i processi, i giudici li doveva comprare. Poi si comprò anche la Guardia di Finanza. E, già che c’era, comprò pure un testimone, Mills. Una faticaccia e anche una bella spesa, pover’uomo. Per dimostrare che la prova regina del suo ruolo nel depistaggio delle indagini sulle mazzette alle Fiamme Gialle, trovò due falsi testimoni pronti a giurare che il pass di Palazzo Chigi usato dal depistatore era falsificato. Poi gli toccò portare in Parlamento il depistatore (Berruti), il corruttore dei finanzieri (Sciascia) e il corruttore dei giudici (Previti). L’anno scorso, nel tentativo di far passare il lodo Alfano alla Consulta, dovette sguinzagliare la P3 per avvicinare sei giudici costituzionali e sistemare l’appello della causa Mondadori, che in primo grado gli è costata una condanna a risarcire De Benedetti per 750 milioni. E poi stipendiare battaglioni di giornalisti per sputtanare i suoi giudici. E poi pagare plotoni di avvocati per paralizzare i processi e scrivere leggi che lo salvassero dalla galera. Ancora un mese fa – a sua insaputa s’intende, anzi per danneggiarlo – due tizi sbarcavano in Marocco per allungare di due anni l’età di Ruby. Ma si può vivere così? Ora invece le indagini le deciderà il governo. E, se qualche pm disobbedirà, lo punirà il governo. Perché il pm dev’essere separato dal giudice, ma unito all’imputato.

lunedì 7 marzo 2011

LA CENA PER FARLI CONOSCERE

A proposito di quanto scrivevo l'altro giorno.......

La cena per farli conoscere - Marco Travaglio - Il Fatto Quotidiano

 Spero che a nessuno sfugga il dramma di Bruno Vespa. Già nervosetto per la fine prematura del “giallo di Brembate”, su cui aveva programmato un centinaio di puntate e commissionato un paio di plastici ad hoc, l’altra sera s’è ritrovato in studio il primo politico della storia che abbia osato mettere in dubbio la sua imparzialità: non, naturalmente, uno del Pd (quelli anzi lo adorano: ultima new entry il rottamatore rottamato Renzi), ma Fini. Ogni volta che il presidente della Camera criticava B., Vespa lo difendeva con tutto l’amore che solo lui (e Fede e Minzolingua e un tempo Bondi) ancora gli porta. 
Quando poi Fini gli ha ricordato “lei è molto informato su quello che fa Berlusconi, visto che lo frequenta”, l’altro ha ribattuto scuro in volto: “Non frequento Berlusconi”. A questo punto si apre un caso umano di dimensioni inaudite. B. pubblica i libri di Vespa tramite la Mondadori, ma Vespa non lo frequenta. B. presenta ogni libro di Vespa anche due o tre volte, ma Vespa non lo frequenta. B., negli ultimi due mesi prima dell’uscita dei libri di Vespa, smette di parlare in pubblico e dice tutto in esclusiva a Vespa che lo gira subito alle agenzie per fare pubblicità al libro che ancora non c’è, ma Vespa non lo frequenta. Sempre tramite Mondadori, B. pubblica Panorama, che ogni settimana vanta una rubrica di Vespa, si spera ben retribuita dalla famiglia B., ma Vespa non lo frequenta.   Sempre tramite Mondadori, B. pubblica il femminile Grazia, che vanta una rubrica di Vespa, si spera ben retribuita dalla famiglia B., ma Vespa non lo frequenta. Sempre a Panorama lavora Stefano Vespa, fratello di Bruno, stipendiato dalla famiglia B., ma Bruno non lo frequenta. B. ha nominato i vertici Rai che hanno regalato al pensionato Vespa un contratto di collaborazione da 2 milioni di euro l’anno, ma Vespa non lo frequenta. Vespa ha allestito per B. memorabili set a Porta a Porta: tipo la scrivania in ciliegio per il “Contratto con gli italiani” e la cartina dell’Europa su cui B. tracciò a pennarello le Grandi Opere prossime venture (compresa la linea ferroviaria Roma-Mosca che “sto trattando con la Russia dell’amico Putin per aprire un corridoio negli Urali e collegarci all’Oceano Pacifico”), ma Vespa non lo frequenta. L’estate scorsa Vespa organizza a casa sua una cena col cardinal Bertone, il governatore Draghi, il finanziere Geronzi, il ciambellano Letta e i piccioncini Berlusconi e Casini per farli tornare insieme, ma Vespa non lo frequenta.   Nel 1993 la gip Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa, si astiene sulla richiesta di arresto per Letta e Galliani, coinvolti nello scandalo delle mazzette Fininvest per la legge Mammì, perché “sono amici di famiglia”, ma Vespa non lo frequenta. Il secondo governo B. ha assunto come dirigente al ministero della Giustizia la giudice Iannini, moglie di Vespa, poi confermata dal secondo governo Prodi grazie a Mastella e dal terzo governo B. grazie ad Alfano, che l’ha addirittura promossa a capo dell’ufficio legislativo di via Arenula, ma Vespa non lo frequenta. Vespa dà del tu anche nei suoi libri all’ex avvocato di B., Cesare Previti, noto corruttore di giudici fra i quali l’ex capo dei gip Renato Squillante, amicone della signora Iannini, che ogni domenica s’intratteneva con lui in amabili colazioni al bar Tombini, ma Vespa non lo frequenta. Di recente la signora Iannini ha reso visita un paio di volte a B. a Palazzo Grazioli, al seguito del ministro Alfano, partecipando a riunioni con gli avvocati di B. sui processi a B., ma Vespa non lo frequenta. A questo punto la questione diventa umanitaria: non si può lasciare un insetto in queste condizioni. Se ci tiene tanto a conoscere B., va accontentato. Ruby ha il cellulare di B. e lui no? Chi può, per favore, organizzi un incontro fra i due: che so, una cenettina a lume di candela. Magari non si piacciono e la cosa finisce lì. O forse, chissà, scocca la scintilla e da cosa nasce cosa.

venerdì 4 febbraio 2011

RENZULLINGUA

Da Minzolingua a Renzullingua
Marco Travaglio

Il Tg1 ha scritto l'altro ieri sera un altro pezzo di grande televisione. Stavolta Minzolingua non ha leccato in proprio, ma ha paracadutato a Palazzo Grazioli uno dei suoi più scalpitanti cavalli di razza: Daniele Renzulli. Chi era costui? I colleghi più anziani ricordano che arrivò al Tg1 con fama di amico dell’autista di Fanfani, dunque democristiano, dunque giornalista. Poi quel gran genio di Johnny Raiotta pensò bene di promuoverlo caporedattore dell’Economia. Il sopraggiungere di Scodinzolini non lo colse comunque di sorpresa: Renzullingua divenne un minzoliniano di ferro, firmando tutti i documenti di solidarietà al direttorissimo ingiustamente criticato per la sua rocciosa indipendenza. Ieri finalmente è scoccata la sua ora: “Dai, Renzulli, passa dal barbiere, mettiti il vestito buono, lucida le scarpe, succhia una mentina, avverti amici e parenti e presentati a Palazzo Grazioli da Lui. Non preoccuparti per le domande: te le detta Bonaiuti e comunque servono solo a rendere un po’ meno palloso il vecchio bollito, ché l’ultimo videomessaggio ha messo in fuga pure Bondi. Occhio a non sbagliare: certe occasioni capitano una volta nella vita”. Il giovanotto, gli va riconosciuto onestamente, non ha tradito le attese. Nonostante la salivazione azzerata, l’occhio pallato e la sudorazione a Vajont, ha tenuto testa da par suo al presidente del Consiglio, mettendolo spesso all’angolo con domande ficcanti. La prima: “Presidente, negli ultimi due anni l’Italia ha tenuto alto l’argine della stabilità dei conti, come hanno riconosciuto l’Europa e il Fondo monetario: è il momento di tornare a crescere, in che modo?”. Colpito e affondato dalla virulenza dell’intervistatore, B. vacilla, per riprendersi a stento: e ha spiegato che la colpa della crescita zero è dell’articolo 41 della Costituzione, curiosamente in vigore anche negli anni del boom economico, ma ora sarà prontamente abolito. Il nostro eroe, però, non è tipo da lasciarsi invischiare dalle risposte dell’avversario, infatti è già pronto col secondo uppercut: “Lei è sceso in campo nel ’94 promettendo la rivoluzione liberale: per dare una scossa alla nostra economia è venuto il momento di andare fino in fondo?”. Qui il Cainano, già legnoso sulle gambe a causa delle notti insonni, si accascia alle corde con lo sguardo che implora pietà. E, in stato confusionale, biascica supercazzole tipo “piano casa… Sud… fiscalità di vantaggio… federalismo”. Implacabile, Renzulli lo finisce con il ko: “Lei ha fatto una proposta di collaborazione all’opposizione, che ha risposto che non è credibile. Dietro questo rifiuto, secondo lei, aleggia il partito della patrimoniale, la vecchia ricetta che punta sempre sulla scorciatoia dell’aumento della pressione fiscale?”. Il nano bollito, dal tappeto, delira: “Il problema principale è il debito pubblico che abbiamo ereditato dai governi del passato… moltiplicato 8 volte dal 1980 al ’92 dalle vecchie forze politiche, con i comunisti in primo piano, negli anni del consociativismo”. Qui si chiude l’intervista, ma solo per i telespettatori. Renzulli invece rimane lì e si scatena, ricordando a B. alcune verità scomode. Dal 1980 al ’92 si susseguirono i premier Cossiga, Forlani, Spadolini, Fanfani, Craxi, Goria, De Mita, Andreotti, Amato: 6 Dc, 2 Psi, 1 Pri, nessun comunista (il Pci era all’opposizione). È grazie a loro se, in quei 12 anni, il debito pubblico passò dal 60 al 118% del Pil. Consociativismo? L’aumento più vertiginoso si registrò nei quattro anni di Craxi (1983-’87: da 456 a 890.000 miliardi di lire). Di cui B. era amico, finanziatore ed elettore. E chi erano i consiglieri economici di Craxi negli anni in cui il debito raddoppiava? Tremonti, Siniscalco, Brunetta e Sacconi. B. li ha promossi tutti e quattro ministri. Queste e altre verità Renzullingua ha ricordato al premier in coda all’intervista. Purtroppo, sul più bello, l’hanno tagliato.